La morale delle favole

L’afa mi stava torturando e a nulla valeva avere i finestrini aperti. Scollavo di continuo la mia schiena dal sedile per consentire l’areazione in quella zona. Quando riprendevo contatto con lo schienale per un secondo mi sembrava d’aver quasi freddo. Il sole era alto sopra l’orizzonte e toccava strizzare gli occhi per vedere la traccia di strada che m’era di fronte. Ero nei pressi del deserto Black Rock e, per quanto mi sforzassi, non capivo la ragione di quel nome. Qui tutto era verde, marrone e solidago, con qualche sfumatura di bianco più che altro per l’enorme quantità di polvere che ogni auto si lasciava dietro di sé.

Il maestro sedeva al posto del passeggero senza fare una piega.

Finalmente giungemmo alla nostra destinazione, il Flying Geyser. Un cumulo di travertino alto sette metri, a pianta irregolare, una specie di pozzo con tre punte, e coni alti sui due metri. La struttura era circondata da spianate a terrazzo che si estendevano a perdita d’occhio. La roccia era coperta da varie specie di alghe che gli conferivano i colori dell’arcobaleno. Non riuscivo a crederci: nel bel mezzo del deserto, da quelle rocce eruttava continuamente vapore misto ad acqua.

– Sembra il sortilegio d’una fiaba.

– Devo darti ragione, mio giovane amico.

– Maestro, perché amiamo così tanto le fiabe?

– Perché ci consolano con il loro lieto fine, quello che alla vita manca per definizione.

– Il meccanismo che descrivi, maestro, funziona però solo con i bambini, che forse meno di noi pensano alla morte. A noi grandi, le fiabe non ingannano.

– Cambiamo solo i nostri gusti, ma anche noi ci nutriamo di fiabe. Quando leggi di Achab in mezzo al mare, mi vuoi dire che pensi sia tutto vero, che esista Moby Dick?

– No, ma…

– E ti sei forse mai fermato a pensare che non si può invecchiare dentro un quadro, quando hai letto Dorian Gray? Mentre sei seduto, nel buio della platea, tra i respiri degli estranei spettatori, prima che il sipario s’alzi, hai mai pensato che le persone su quel palco erano del tutto diverse dai personaggi che avrebbero di lì a un attimo impersonato? E se avrai rivisto una seconda volta la tragedia di Romeo e Giulietta, vuoi dirmi che non hai sperato che, stavolta, Romeo si accorgesse dell’inganno e rimanesse in quella cripta semplicemente ad aspettare l’amato risveglio?

– Capisco cosa intendi, il patto di sospensione dall’incredulità.

– Perfettamente, giovane amico. Ogni fruitore di un’opera d’arte, sia essa pittorica, letteraria o musicale, sottoscrive con l’artista quel patto e si impegna a non dare ascolto alla ragione, ma far prevalere i sentimenti e tutto ciò che l’opera gli suscita, a prescindere da ogni oggettività. Non abbiamo bisogno di un libro che dimostri l’esistenza di una balena bianca enorme e intelligentissima. Noi abbiamo bisogno di sapere che c’è qualcuno, là fuori, che almeno una volta nella vita ha provato a catturarla, anche se tutti pensavano fosse pazzo. Questo perché abbiamo tutti una balena bianca in fondo al cuore. Nelle fiabe i protagonisti vincono sempre contro i mostri, ma crescendo ci rendiamo conto che a volte si riesce, più spesso si fallisce nella lotta contro i demoni che vivono in fondo al nostro armadio. Tutta lì è la differenza: nella fiaba tutto è incanto, mentre l’incantesimo dell’arte si nutre del nostro proprio disincanto.

La nebbia sopra i campi

T’ho vista dietro il trucco
è stato solo un soffio
eri tutta nuda dentro
porte e muri trasparenti
un istante sufficiente
a illuminare le ferite
le delusioni e le illusioni
disperse dalle tempeste
i sogni come coriandoli
di luce chiusa nei cassetti
come promesse rotte
e rotta la tua voce
mentre parla di se stessa
Quello specchio dove un giorno
hai letto troppo tempo
le gocce dei tuoi giorni
sembrava non piovessero
poi l’acqua accumulata
un bel giorno è franata
e ha iniziato e scorrere
nel solco delle rughe
veleno dentro il cuore
portato in ogni dove
da vene gonfie di dolore.
Brillare a pro degli altri
è stato il tuo talento
l’essere così gentile
causa di fraintendimenti
la forza presa per freddezza
il dolore per malanimo
il tuo essere speciale
per assenza di normale
Giudicare gli altri
è sport nazionale
non ti devi preoccupare
c’è uno solo sopra tutti
e lui pazienta a sentenziare
c’è spazio all’orizzonte
per accogliere e lenire
c’è vento tra le onde
buono per veleggiare
oltre le accuse della gente
sopra le implicite violenze
di chi vuol solo comandare
ogni tuo singolo pensiero
non aver paura di cadere
tenera foglia nell’autunno
sarò io tua primavera
e s’è troppo freddo il giorno
mi farò allora terra brulla
cadi pure su di me
ti porterò nel ventre
dove ogni seme nasce
nel buio e nel silenzio
lontano dal clamore
rinascerai più forte
diventerai virgulto
poi albero d’alto fusto
che nessuno osi sradicare
mangeremo soli insieme
i frutti maturi di natura
parleremo la lingua antica
della legna nelle fiamme
del fumo in danza alta
dei lampi nella pioggia
noi radici sottoterra
di due alberi distanti
che si intrecciano ridendo
della nebbia sopra i campi.

La luce dell’amore

Me ne andavo ciondolando verso Traversa Punta Capo a Sorrento, quando vidi un piccolo cancello e un’epigrafe dedicata a tale “Giuliano Salvemini”.

In assenza di guardiani, superai una sbarra e cominciai una passeggiata incantevole, tra profumi di mare e di vegetazione. Dopo circa venti minuti, immerso tra pietra e ulivi, mi ritrovai davanti a una scogliera calcarea a picco sul mare, circondata dai resti di quella che aveva tutta l’aria d’essere stata una villa d’epoca romana. Una scalinata a tratti dissestata, protetta da un corrimano di legno consumato oltre ogni dire, mi portò dinanzi a una insospettabile laguna, collegata al mare da un arco di pietra naturale che non avrebbe sfigurato in un quadro appeso al Louvre. In seguito scoprii che il sito era ben famoso, col nome di Bagni della Regina Giovanna.

Il fondale era poco profondo, impossibile resistere ad immergersi in quelle acque cristalline che sembravano provenire da un altro pianeta. La luce del tramonto filtrava attraverso l’insenatura incendiando le rocce e disegnando prismi cangianti sulle sporgenze calcaree.

Dopo essermi immerso in quella conca paradisiaca, risalii per la scalinata e proseguii fino al capo, da dove si aprì la vista sulla penisola sorrentina, con tanto di golfo di Napoli, Ischia e Procida, tutto a portata di occhi e di stupore.

Lì sedeva il mio maestro, quel monaco rosso che non vuol saperne di lasciarmi andare. Quasi per dispetto non lo salutai ma incalzai da subito con le mie domande:

– Maestro, perché si suole dire che l’amore è luce?

– Perché, come la luce, non si vede, viaggia veloce, non ha peso, non ha voce. E non lo puoi guardare perché, per quanto suoni eccentrico, la luce è invisibile. Quello che puoi guardare è ciò che la luce illumina.

– Quindi, quando l’amore mi colpisce, posso vedere me stesso?

– Sì, questo è ciò che il vero amore dovrebbe fare. Se invece scompari, se rimani in ombra, se ti inchini come un girasole, quello non è amore, perché come un girasole seccherai, proprio in ragione del tuo inchinarti.

Tra le onde dei ricordi (Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne)

Tra le onde di sabbia bianca spuntavano rami decorticati dal sale, relitti dei mille naufragi che subiscono le braccia degli alberi che vivono sulla costa. Le macchie su quei rami sembravano lacrime di Dio messe ad essiccare. Io godevo del tepore sotto i piedi nudi e della lieve cedevolezza della spiaggia. Ci vorrebbe anche nella vita qualcuno che ammorbidisce ogni tuo passo e smorza ogni contatto. Una spiaggia dove far adagiare le onde dei nostri sentimenti, assorbirle e farle sparire senza consumare il mare che le ha generate.

Dei ciocchi di legno bruciacchiato, messi in tondo, attirarono il mio sguardo. Quanto adoro i falò. Ho perso il conto degli anni, quando sarà stato l’ultimo per me?

C’eri tu, te lo ricordi? C’eri tu e il mondo non c’era. Quanti sogni abbiamo incrociato su quella riva, e te lo ricordi, come ti promisi che se mai ci fossimo divisi, avrei sollevato uno ad uno tutti i granelli di sabbia delle spiagge del mondo per cantarti ancora a me?

Ma tu dicevi sempre che eravamo troppo diversi. E così scegliesti lui, i capelli lunghi, l’anima ribelle, i tatuaggi. E le botte. E i tradimenti. Non t’ho mai abbandonata anche se m’hai ferito a morte. E quante volte ho messo cerotti sulla tua faccia e sul mio cuore, quante. Quante lacrime hai versato sul mio cuscino quando scopristi d’essere incinta, e volevi abortire, ed io ti dicevo che era un miracolo e che non dovevi rinunciare. L’ho vista crescere, tua figlia, e allontanarsi da te, e quanta tenerezza mi facevi quando mi chiedevi di venire ad aggiustarle il computer, perché suo padre non c’era mai e comunque non era “pratico” di quelle cose. Quanta cattiveria è riuscito a instillare nel suo cuore. Come potrò mai dimenticare la disperazione nei tuoi occhi quando comparirono i primi segni del tuo male, e come mi chiedevi di confermarti che non era niente, ed io provavo a mentire ma proprio non riuscivo, e poi scopristi tutto e quanto dolore ancora, quando mi confessasti che avevi paura di finire sotto terra perché hai sempre avuto terrore del buio. E tua figlia, quel giorno, ti disse che quando saresti morta, lì ti avrebbe fatto andare, e come piangevi e mi chiedevi di dirti che non era vero, che non sarebbe finita così, e mi imploravi di farle capire che tu lì non ci volevi andare. E ripenso a quel falò, a come puoi nascondere il fuoco alla vista, innalzando muretti intorno, anche una vita intera, ma il fumo no, ah no, quello sale e sale fino al cielo e lo vedi da mille miglia. E anche se sono passati tanti anni, caduti come altri cumuli di terra su di te, a me è bastato un soffio, un pensiero, per far franare la collina. E sotto tu, con il tuo vestito di cotone e i capelli sciolti, quel sorriso che avrebbe fatto girar la testa alle statue, quel tuo viso così buono che mi pareva l’avesse impastato Dio con le sue mani, pescando tra le migliori nuvole del paradiso. Forse non t’ho amata abbastanza da salvarti dai tuoi demoni terreni, ma t’ho voluto abbastanza bene da non averti mai lasciato la mano anche quando tenerla mi segava i polsi. E se sarai luce scalderai, e se sarai luna ti vedrò, e se sarai qui, non lo saprò.

Ma se sei tu, lo sentirò.

Ovunque sarai, e questa di Irama è per te.

Perché

Scrivo perché ho il magma nello stomaco

e se non lo scrivo esplodo

Scrivo perché ogni giorno la mia anima la esploro

Scrivo perché non so mai quello che vi trovo

Scrivo perché ho male dentro

Scrivo perché ho perso il centro

Scrivo perché scovo tra le pieghe del dolore le parole

Scrivo per leccar le ferite dell’amore

Scrivo perché ho inchiostro nelle vene

Scrivo perché dell’inferno conosco ormai le pene

Scrivo perché troppo spesso taccio

Scrivo perché sto uno straccio

Scrivo perché il mondo è amaro

Scrivo perché ho perso il faro

Scrivo perché scrivendo imparo

Scrivo per esorcizzar i fiaschi

Scrivo perché già mi manchi

Ma scrivo anche perché amo la vita

Sento quanto sia infinita

E allora scrivo perché sogno e penso

Scrivo per tracciare un senso

Scrivo per dirti sei importante

Scrivo per lanciare un ponte

Scrivo nei ritagli bianchi

Scrivo di fantasie volanti

Scrivo per lasciare un solco che suoni come un giradischi quando fai girare le mie parole nei tuoi occhi

Scrivo per superare le distanze e vincere le mie ansie

Scrivo perché nel mondo c’è tanta meraviglia

Scrivo perché nei tronchi degli alberi è già scritta ogni poesia

E la natura è la mia famiglia

Scrivo per dare un nome ai miei pensieri

Scrivo per saper domani cosa pensavo ieri

Scrivo forse solo perché la vita è breve

E io vorrei tanto vivere per sempre.

L’utile è in-utile

Questa sera stavo uscendo dall’ufficio a un’ora acerba, intorno il deserto cui ormai il Covid mi ha abituato. Non so perché ma la vista di tutte quelle scrivanie vuote mi mette a disagio, come se stessi attraversando un parco giochi da cui i bambini siano scomparsi per non tornare più (forse perché cresciuti).

Con la coda dell’occhio non ho potuto far a meno di notare una collega sull’orlo delle lacrime, così vicina al monitor da rischiare di andare a leggere le parole dal lato del tubo catodico (che non s’usa più da decenni ma mi piace questa parola). Mi sono permesso di entrare, chiudere la porta e chiederle

“Cosa c’è che non va?”

È stato come aprire la chiusa di una diga. Mi ha espresso tutto il suo disagio, di cui mi ero accorto da alcune email tra lei e il suo responsabile, unitamente alla frustrazione per un progetto che non riusciva a portare avanti. Si è data della cretina, poi mi ha raccontato dell’arroganza con cui il suo “capo” la tratta e delle battute fuori luogo sulla valutazione di fine anno che a noi responsabili di team, ahimè, tocca ogni anno fare (da anni chiedo a HR di fare anche il contrario ma la piramide è dura da rovesciare). Frasette piccole, del tipo “Se mi fai arrabbiare ti becchi un’insufficienza e addio bonus”. Piccole ma aguzze, come frasi, pericolose come pietre.

Ho cercato di incoraggiarla come potevo, ma soprattutto le ho offerto di darle una mano concreta e quasi cadeva dalla sedia. Non le era mai capitato che un “capo” (si è espressa lei così, a me questa parola sa di anni 80, come i peli sotto le ascelle femminili) le offrisse un aiuto “concreto”.

Abbiamo passato due ore al suo monitor ma, se devo esser sincero, non ho dato alcun aiuto concreto, non ho fatto altro che dirle “brava” ogni tanto, e mettere l’indice sul monitor per dirle vedi qua e vedi là. Sostanza pochissima, ha fatto tutto lei e in due ore il progetto incagliato da due settimane ha preso il volo.

L’ho salutata e mi ha riempito il cuore vederla sorridere convinta. Non di certo per me, ma per la sua soddisfazione. Permettetemi di essere autoreferenziale e dirlo, il mio gruppo me lo invidiano tutti. E tutti sono convinti che se le mie persone fanno i salti mortali e sono sempre i più veloci di tutti e non mi dicono mai di no, è solo perché io li “comando a bacchetta” con pugno di ferro. Nulla di più falso. Loro sanno che non mi importa nulla di essere un buon leader, o un buon capo, o un buon tecnico. L’unica cosa di cui mi importa è essere una buona persona.

E mi chiedo perché mai le persone sono così avare di gentilezza e non importa loro nulla di essere dei perfetti stronzi, pur di portare a casa (discutibili e insostenibili, sul lungo periodo) risultati “utili”. Per loro “utile” è solo ciò che produce un utile, inteso in senso di un risultato misurabile, come un tot di vendite, o di profitti, o di performance di qualità o che so io.

Io, invece, sono amante dell’inutile, come la gentilezza, o come un quadro di Dalì, una mostra su Caravaggio, un cielo stellato. Tutto privo di “utili”, e quindi inutile, e persino gratuito e, forse per ciò, senza prezzo. Amo tutto ciò perché, io lo so, un quadro, una mostra, un cielo o un atto di insignificante gentilezza, sposta le montagne.  

Serra di passioni

Le fronde sopra le palme oscillan
scosse dal salmastro dentro il mistral
e così il mio cuore ondeggia
mosso dal sussurro di bei sogni
conchiglia custode di quei giorni
la mia mente eco di ricordi.

Asciutta la sabbia di battigia
chi potrà mai star a reclamare
l’acqua ritornata in braccio al mare
anime profughe delle guerre
tra il troppo bene ed il troppo male
cerchiamo un coriandolo di cielo
sopra la landa in cui piazzare
serre di passioni a pascolare.

Spade di sangue

Lame di cuore

spade di sangue

parole pescate

nel fondo del Gange

trasporto votivo

di soffi carnali

barche di carta

imbevute e affondate

le gocce dell’acqua

dal dorso dei remi

non spingono niente

son bucce d’agrumi

che tornano a terra

a nutrir nuovi semi

Come figli d’Adamo

ai cancelli del cielo

la mia anima vola

senza storia passata

mela rossa mai colta

dal giardino fiorito

da cui mosse il viaggio

senza via del ritorno.

Sorgi

Sento la voce nera della sera
verniciare la mia anima smarrita
stendendo mani di robbia ed ametista
e sangue e sorrisi e strade strette assieme
calcando forte la mano a ogni passata
fino a quando ogni colore si dissolve
sfumando nelle nuance piene del silenzio.

Anche i violini incendiari nella testa
e tutte le note del mio pianoforte
ora si infrangono su una scogliera amara
s’appendono alle molecole d’aria
come festose sfere di Natale
che più non sanno ormai chi far brillare
se l’ambra esposta nelle ferite al tronco
o la clorofilla del fogliame spento.

Sorgi Venere tra i palazzi stasera
spazza via ogni altra luce bianca
ingannami la vista ancora
travestiti ora da stella
son stanco di pianeti.